
09 Settembre 2025
Esportare negli USA: Quattro modi per risparmiare
Come calcolare correttamente i dazi per gli Stati Uniti
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Dati di export e strategia legale per il mercato americano Antonello De Fortuna di Radio Radicale intervista Lucio Miranda, presidente di ExportUSA, il 14 novembre 2025 [→ clicca qui per ascoltare l'intervista integrale sul sito web di Radio Radicale] I dazi USA sulla pasta italiana non sono definitivi: secondo Lucio Miranda esiste un periodo di 120 giorni per presentare ricorso. Il provvedimento sembra derivare da errori procedurali durante gli audit e non da reali pratiche di dumping. Un ricorso tecnico può ribaltare l’esito. Perché gli USA hanno imposto dazi antidumping sulla pasta italiana? Secondo Lucio Miranda, le aziende italiane non sono state ritenute cooperative durante gli audit del Dipartimento del Commercio, fornendo documenti incompleti o non conformi. Questo ha portato all’imposizione dei dazi, indipendentemente dall’assenza di dumping reale. L’Italia può contestare i dazi USA sulla pasta? Sì. I dazi sono temporanei e impugnabili entro 120 giorni dalla notifica. Con un ricorso correttamente preparato, supportato da una documentazione completa, è possibile ottenere la revisione delle misure e la loro cancellazione. Perché i dazi USA non sono una sentenza definitiva? Nel dibattito suscitato dai titoli allarmistici della stampa americana, che evocano dazi al 107% e una possibile “scomparsa” della pasta italiana dal mercato statunitense, occorre riportare il tema nella sua giusta dimensione. I dazi antidumping annunciati a inizio settembre non sono ancora confermati. La normativa statunitense prevede 120 giorni per la presentazione di un ricorso formale. La partita è quindi aperta: ciò che serve è la volontà di giocarla e la competenza tecnica per farlo. Dumping? I prezzi raccontano una storia diversa Secondo Luicio Miranda l’accusa di dumping appare difficilmente sostenibile. 500 g di pasta in Italia: €1,00-1,20 450 g (1 lb) di pasta negli USA: $2,50-3,20 Il differenziale di prezzo dimostra che la pasta italiana non viene venduta al ribasso negli Stati Uniti. Se questo livello di prezzo fosse considerato dumping, ironizza Miranda, “dovremmo venderla a 10 dollari per non essere accusati”. Il vero nodo: la mancata cooperazione negli audit L’elemento centrale sta altrove. Dal documento del Dipartimento del Commercio emerge che alcune aziende italiane, durante gli audit, non hanno fornito tutte le informazioni richieste, oppure le hanno presentate in forma incompleta o in lingua non accettata. Il risultato: sono state classificate come uncooperative. E in base alla normativa USA, la mancanza di cooperazione può essere sufficiente per imporre dazi, anche in assenza di prove effettive di dumping. Perché il ricorso è indispensabile Il mercato americano della pasta ha una rilevanza enorme: Valore totale mercato USA: $6,2 miliardi Import complessivo USA: $1,8 miliardi Export di pasta italiana negli USA: $750 milioni Quota italiana dell’import USA: circa 40% Di fronte a queste cifre, non presentare un ricorso sarebbe un errore strategico pesante. Occorre tuttavia un ricorso costruito in modo impeccabile, con il supporto di avvocati specializzati in commercio internazionale. [about] => Lucio Miranda interviene alla trasmissione di Radio Radicale condotta da Antonello De Fortuna [keywords] => [image] => /media/009/on-air_4418889.m.png [logoUrl] => https://www.exportusa.us/img/EXPORTUSA-NEW-YORK-160.png [author] => Lucio Miranda - Presidente ExportUSA [publisherName] => ExportUSA New York, Corp. 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Nel dibattito suscitato dai titoli allarmistici della stampa americana, che evocano dazi al 107% e una possibile “scomparsa” della pasta italiana dal mercato statunitense, occorre riportare il tema nella sua giusta dimensione. I dazi antidumping annunciati a inizio settembre non sono ancora confermati. La normativa statunitense prevede 120 giorni per la presentazione di un ricorso formale. La partita è quindi aperta: ciò che serve è la volontà di giocarla e la competenza tecnica per farlo. Dumping? I prezzi raccontano una storia diversa Secondo Luicio Miranda l’accusa di dumping appare difficilmente sostenibile. 500 g di pasta in Italia: €1,00-1,20 450 g (1 lb) di pasta negli USA: $2,50-3,20 Il differenziale di prezzo dimostra che la pasta italiana non viene venduta al ribasso negli Stati Uniti. Se questo livello di prezzo fosse considerato dumping, ironizza Miranda, “dovremmo venderla a 10 dollari per non essere accusati”. Il vero nodo: la mancata cooperazione negli audit L’elemento centrale sta altrove. Dal documento del Dipartimento del Commercio emerge che alcune aziende italiane, durante gli audit, non hanno fornito tutte le informazioni richieste, oppure le hanno presentate in forma incompleta o in lingua non accettata. Il risultato: sono state classificate come uncooperative. E in base alla normativa USA, la mancanza di cooperazione può essere sufficiente per imporre dazi, anche in assenza di prove effettive di dumping. Perché il ricorso è indispensabile Il mercato americano della pasta ha un peso rilevante: Valore totale mercato USA: $6,2 miliardi Import complessivo USA: $1,8 miliardi Export di pasta italiana negli USA: $750 milioni Quota italiana dell’import USA: circa 40% Di fronte a questi numeri, non presentare un ricorso sarebbe un errore strategico pesante. Occorre tuttavia un ricorso costruito in modo impeccabile, con il supporto di avvocati specializzati in commercio internazionale. ... 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[→ clicca qui per ascoltare l'intervista integrale sul sito web di Radio Radicale]

I dazi USA sulla pasta italiana non sono definitivi: esiste un periodo di 120 giorni per presentare ricorso. Il provvedimento sembra derivare da errori procedurali durante gli audit e non da reali pratiche di dumping. Un ricorso tecnico può ribaltare l’esito.
Secondo Lucio Miranda, le aziende italiane non sono state ritenute cooperative durante gli audit del Dipartimento del Commercio, fornendo documenti incompleti o non conformi. Questo ha portato all’imposizione dei dazi, indipendentemente dall’assenza di dumping reale.
Sì. I dazi sono temporanei e impugnabili entro 120 giorni dalla notifica. Con un ricorso correttamente preparato, supportato da una documentazione completa, è possibile ottenere la revisione delle misure e la loro cancellazione.
Nel dibattito suscitato dai titoli allarmistici della stampa americana, che evocano dazi al 107% e una possibile “scomparsa” della pasta italiana dal mercato statunitense, occorre riportare il tema nella sua giusta dimensione.
I dazi antidumping annunciati a inizio settembre non sono ancora confermati.
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La partita è quindi aperta: ciò che serve è la volontà di giocarla e la competenza tecnica per farlo.
Secondo Luicio Miranda l’accusa di dumping appare difficilmente sostenibile.
Il differenziale di prezzo dimostra che la pasta italiana non viene venduta al ribasso negli Stati Uniti. Se questo livello di prezzo fosse considerato dumping, ironizza Miranda, “dovremmo venderla a 10 dollari per non essere accusati”.
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Dal documento del Dipartimento del Commercio emerge che alcune aziende italiane, durante gli audit, non hanno fornito tutte le informazioni richieste, oppure le hanno presentate in forma incompleta o in lingua non accettata.
Il risultato: sono state classificate come uncooperative.
E in base alla normativa USA, la mancanza di cooperazione può essere sufficiente per imporre dazi, anche in assenza di prove effettive di dumping.
Il mercato americano della pasta ha un peso rilevante:
Di fronte a questi numeri, non presentare un ricorso sarebbe un errore strategico pesante.
Occorre tuttavia un ricorso costruito in modo impeccabile, con il supporto di avvocati specializzati in commercio internazionale.

Come calcolare correttamente i dazi per gli Stati Uniti

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